Più continuiamo a conoscere, più continuiamo a sentire queste storie come le nostre storie, più riusciremo a costruire un' Italia diversa. R. Saviano

Apricenesi povera gente ma....

di Martino N. Specchiulli

Il mio Maestro, il compianto Leonardo Tedesco, amava raccontare un aneddoto sugli usi gastronomici ed "igienici" di Apricena nell'immediato dopo-guerra .
Nell'edifizio scolastico "TORELLI", a guerra finita, alloggiava una guarnigione di Inglesi. Il loro Ufficiale, un distinto signore, visto che si era in estate, dopo aver pranzato faceva una passeggiata per gli stretti vicoli del nostro centro storico, cercando un po’ d’ombra. 

A quell'ora il popolo di Apricena si apprestava ancora a preparare il proprio frugale pasto, che il più delle volte era costituito o dalla "acqua sale " o dal più nobile "pancotto". Siccome le case dei più umili erano costituite da “bassi “ di uno o al massimo due vani, era consuetudine delle donne, anche per mantenere più fresco l’interno dell’abitazione, mondare e sbollentare le verdure davanti il proprio uscio di casa, “ annanz’ ‘u liscjie mì “, o al centro del vicolo e tra una chiacchiera e l’altra con le vicine si collaborava alla preparazione del pasto , usanza questa che garantiva un piatto di minestra anche a quelle donne che quel giorno non avevano racimolato nulla per il pranzo. 
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Il mestiere del "capëllerë", quando si vendevano i...capelli !

di Michele Giuliano
 
Giovanotti piangete, piangete,
han tagliato i miei biondi capelli,
tu lo sai che eran ricci eran belli,
giovanotti piangete con me!


Mia madre aveva dei capelli bellissimi. molto ricci e lunghi e di colore biondo scuro. Era veramente uno spettacolo vederla pettinarsi, specialmente nelle giornate d’estate, quando il sole rendeva i capelli ancora più splendenti ed il vento li muoveva con delicatezza. Si sedeva sulla piccola sedia con la seduta in paglia, appoggiava una asciugamani sulle spalle e scioglieva i capelli lunghi e fluenti.
A quel punto la nonna e, alla sua scomparsa, mia sorella, si metteva alle spalle della mamma e con “a scatén” cominciava a pettinare i capelli lisciandoli. Vi dirò che in quel tempo pettinare i capelli delle donne era un vero e proprio “mestiere” perché le acconciature richiedevano molta abilità. Bisognava essere bravi già nel pettinarli cercando di non farli spezzare e poi bisognava stenderli facendo una treccia che poi veniva raccolta sul capo arrotolandola in modo da formare un tupé – u tùpp. Ricordo che certe acconciature, soprattutto in occasione di matrimoni o delle festività, erano dei veri capolavori. Non tutti però potevano permettersi di ricorrere all’opera di quella che era una vera professionista a domicilio, “a cap’llér”, il più delle volte questo compito era svolto da una amica, da una vicina o da una della famiglia. Era comunque inevitabile che nell’operazione, molti capelli, spezzandosi rimanessero attaccati alla “scatén”. Bene, questi capelli spezzati non andavano persi ma venivano accuratamente “s-catenati” cioè tolti delicatamente dal pettine e raccolti in carta di giornale. Insieme ai capelli così raccolti si conservavano anche le trecce delle bambine quando si decideva di tagliarle perché troppo lunghe. Si attorcigliavano insieme a gomitolo e si “stipavano” in carta di giornale. Per farne cosa, vi starete chiedendo?
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VIDEO: Napoli, il capolavoro nascosto di Andrea Pazienza



Il murales di Andrea Pazienza, restaurato nel 2013, giace al padiglione 10 della Mostra d'Oltremare di Napoli. Un'opera d'arte dal grande valore, che non sembra però essere particolarmente valorizzata.
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Mestieri di una volta: u' matunèrë

di Michele Giuliano da San Paolo Civitate 

Parlava sempre molto poco mio padre, anzi a volte non parlava proprio, ma ti guardava fisso negli occhi e a noi toccava capire, interpretandone lo sguardo, cosa c’era da fare. La prima volta che riuscii ad intavolare un discorso completo con lui avevo ormai quasi sedici anni. Si parlava ovviamente di politica. Io, come tutti i ragazzi dell’epoca, plasmato dal ’68 appena trascorso, tendevo ai movimenti extraparlamentari di sinistra, lui invece socialista vecchio stampo alla Pertini, si vantava della sua amicizia con l’onorevole Di Vagno. Ricordo comunque che i discorsi tra noi finivano sempre con lui che mi diceva : “ Ch’ t’ crìd mò tu cha p’cchè ha studièt sèp ‘cchiù còs d’ mè? Avùglij angòr a fa fùgn; Avùglij a magnà pèn tòst! Jì tèngh sùl u tèrz avviamènt ma t’è ‘mbarà e t’è perd! ( Credi di saperne più di me perché hai studiato? Hai voglia ancora a cercare funghi; Hai voglia a mangiare pane duro! Io ho solo il terzo avviamento - non c’erano ancora le elementari -, ma posso insegarti ancora molto!). Alla fine aveva ancora ragione lui! E’ proprio così! Lui era in grado di fare tantissime cose che io neppure immaginavo. “T’è mparèt a ‘nnstà! T’è mparèt a sar’m’ntà e a fa a carvunèll! T’è ‘mparèt a pul’zzà i puzz e a v’l’gnà!” ( Ti ho insegnato a fare gli innesti, ti ho insegnato a potare le vigne e a fare la carbonella, ti ho insegnato a ripulire i pozzi e a vendemmiare). A tutto questo potevo solo contrapporre la mia profonda conoscenza del greco, del latino, dei classici e della letteratura. Tutte cose validissime per carità, ma che nel pratico non servivano granché. Uno di quei giorni che lo avevo trovato più disponibile a parlare gli chiesi “ Papà ma come mai non hai continuato a studiare” ? Subito dopo averla formulata mi resi conto di quanto era stata inopportuna la domanda. Mio padre era nato nel 1920, cioè nell’immediato dopoguerra. In quel periodo l’unica cosa che non mancava era “la fame”!
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FOTO D'EPOCA: Gruppi folkloristici garganici alla prima Fiera del Levante (1931)

Il prezioso internetculturale.it si sta rivelando una vera miniera d'oro per chi vuole approfondire la conoscenza del proprio territorio.

Nel 1931 Saverio La Sorsa pubblica "La prima fiera del levante riccamente illustrata". Il testo, molto interessante, contiene, tra le molte fotografie due probabilmente sconosciute o quasi di due gruppi folkloristichi dell'epoca. Uno deve essere il gruppo della pacchianella di Monte Sant'Angelo mentre l'altro è un gruppo di San Nicandro; da notare gli abiti da pacchiana.
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